Nel terzo e ultimo racconto della missione in Brasile, Carola Battistelli arriva a Brasilia, dove il percorso migratorio delle famiglie venezuelane assume una nuova direzione: non più soltanto attesa e urgenza, ma possibilità di ricominciare.
Attraverso la visita a Casa Bom Samaritano, l’articolo racconta il lavoro di accoglienza, orientamento e accompagnamento realizzato nell’ambito dell’Operação Acolhida, mettendo al centro le persone, le relazioni quotidiane e i percorsi di autonomia che prendono forma lontano dal confine.
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Il viaggio iniziato al confine, tra Pacaraima e Boa Vista, si conclude a Brasilia.
Una città ampia, attraversata da grandi spazi e opportunità. Qui la migrazione cambia completamente registro rispetto ai luoghi del confine: non è più scandita dall’attesa, dalla sospensione del tempo, ma da un movimento diverso, più orientato, più strutturato. I percorsi avviati lasciano gradualmente la dimensione dell’urgenza per entrare in quella della costruzione.
In questa città si trova uno dei passaggi più significativi dell’Operação Acolhida: Casa Bom Samaritano.
Arrivo in taxi, lasciandomi alle spalle il traffico del centro. La struttura si trova in una zona più appartata, circondata dal verde. Ad accogliermi ci sono i sorrisi delle donne che lavorano qui. Un’accoglienza semplice, diretta.
Casa Bom Samaritano ospita temporaneamente famiglie venezuelane che, partite da Boa Vista, hanno scelto di proseguire il proprio percorso all’interno del programma di interiorização. Una scelta volontaria che implica il trasferimento da una zona di confine verso la capitale, per cercare nuove opportunità. Il movimento non è solo geografico: è un passaggio più profondo, che riguarda la capacità di ricollocarsi, riorientarsi, immaginare una continuità.
Casa Bom Samaritano è pensata per un numero limitato di persone, poco meno di cento. Una scelta che permette un accompagnamento più mirato. Il lavoro è congiunto tra AVSI Brasil, IMDH – Instituto Migrações e Direitos Humanos – e la Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB), con il supporto di UNHCR.
Le giornate si costruiscono attorno a momenti concreti: corsi di lingua, formazioni, incontri di orientamento al lavoro, supporto per l’accesso alla scuola per i più piccoli. Accanto a questo, l’accompagnamento psicosociale rende più attraversabili i passaggi, sostiene le fragilità e riapre spazi di autodeterminazione.
Le persone arrivano con storie complesse alle spalle. Qui il lavoro si concentra sul presente: orientamento al lavoro formale, contatti con aziende locali, preparazione ai colloqui, rafforzamento delle competenze trasversali, sostegno nei momenti più delicati.
È un accompagnamento che si costruisce nel quotidiano, fatto di incontri, ascolto, e di piccoli aggiustamenti continui. Un lavoro che si regge sulla capacità di stare in relazione, anche quando tutto è ancora in trasformazione, e di sostenere percorsi che provano a prendere forma mentre si muovono.
“A volte tutto comincia con gesti semplici”
mi raccontano mentre attraversiamo gli spazi della struttura.
“In un paese non si può parlare di sviluppo senza guardare alle fasce più vulnerabili”
Le parole restano sospese, mentre osserviamo una famiglia seduta all’esterno. I bambini giocano, le donne parlano. C’è qualcosa di ancora provvisorio, ma anche una direzione che inizia a delinearsi.
A Brasilia, la distanza dal confine si misura anche così: nella possibilità concreta di ricominciare, dare continuità a ciò che si è interrotto, ritrovare una direzione.

