Una seconda testimonianza di Carola Battistelli da Boa Vista, nel nord del Brasile, tra i progetti di accoglienza e inclusione realizzati da AVSI Brasil nell’ambito dell’Operação Acolhida.
Un racconto che attraversa centri di accoglienza, percorsi di protezione, sostegno psicosociale e inclusione lavorativa, restituendo la complessità di vite sospese tra sradicamento e nuove possibilità.
Dalle attività con le comunità indigene ai percorsi dedicati a minori e donne vulnerabili, fino alle esperienze di autonomia e lavoro nel CETRO-BV, emerge un’idea di accoglienza che prova a tenere insieme dignità, relazioni e futuro.
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A Boa Vista i progetti di accoglienza assumono forme diverse: dalla gestione quotidiana dei centri ai percorsi di formazione, fino a esperienze che intrecciano lavoro e sostenibilità. “Molte sfide vengono affrontate ogni giorno”, racconta chi ci lavora: relazioni da ricostruire, vulnerabilità che emergono, tentativi continui di ridefinire un progetto di vita.
Siamo nel cuore dell’Operação Acolhida, una risposta costruita dal governo brasiliano insieme ad agenzie internazionali e organizzazioni umanitarie, finalizzata a sostenere persone provenienti dal Venezuela lungo percorsi di protezione e inserimento.
I progetti di accoglienza di AVSI Brasil ospitano famiglie indigene e non indigene. Una distinzione che non è solo amministrativa, ma profondamente culturale. Cambiano gli spazi, le relazioni, le modalità di accompagnamento. Cambia lo sguardo.
La vita quotidiana si costruisce attraverso forme di partecipazione che tengono insieme la dimensione collettiva e quella individuale: assemblee per settori, gruppi focali su temi specifici – tra cui gravidanza, adolescenza e senilità – e comitati di volontari che animano attività culturali. Accanto, strumenti semplici come una cassetta per i suggerimenti o canali di segnalazione permettono di raccogliere bisogni e riportare le voci di chi abita questi spazi.Nei centri dedicati alle popolazioni indigene, come Waratouma e Tuaranoku, le famiglie sono spesso estese, ricomposte lungo il viaggio. L’accoglienza passa anche dalla continuità con ciò che si è lasciato: lingua, tradizioni, legami comunitari. Le attività quotidiane – incontri, laboratori di artigianato legati ai saperi tradizionali – diventano piccoli ponti tra passato e presente. Le mani intrecciano fibre, i gesti si ripetono con naturalezza. È un modo per restare, anche nel cambiamento.
Accanto a questa dimensione comunitaria, il lavoro psicosociale attraversa ogni fase del percorso. In collaborazione con UNICEF, l’attenzione si concentra sui minori e sulle situazioni di maggiore vulnerabilità.
Bambini e adolescenti riempiono gli spazi con una presenza continua. Si muovono, giocano, si aggregano e poi si disperdono. Nei loro gesti convivono leggerezza ed esposizione. Una condizione di sradicamento che, per età e traiettoria, li espone a una vulnerabilità più profonda e richiede un’attenzione costante, per ridurre il rischio di sfruttamento e di marginalità.I focal points dedicati alla violenza di genere e alla protezione lavorano su questo livello sottile. Osservano, ascoltano, cercano di cogliere ciò che non viene detto. In contesti in cui esperienze traumatiche e normalizzazione della violenza possono coesistere senza confini netti.
Nei centri si studia il portoghese, si acquisiscono competenze, si aprono possibilità. Il programma di Interiorização rappresenta uno dei momenti più delicati: attraverso un sistema di matching tra aziende e profili professionali, le persone vengono accompagnate verso altre città del Brasile, con il supporto dell’IOM e una presa in carico nei territori di arrivo.
Qualcuno si appresta a voltare pagina. Qualcuno preferisce rimanere a nord, più vicino al Venezuela, a una geografia familiare che continua a esercitare una forza silenziosa.
In questo equilibrio fragile, tra radicamento e movimento, si aprono scenari diversi. Per chi resta a Boa Vista, il legame con il territorio prende anche forme inattese. Nel distretto industriale, il CETRO-BV diventa una di queste possibilità: un luogo in cui ciò che viene scartato viene trasformato, e dove l’inclusione passa anche attraverso la materia che si rigenera.
Il CETRO-BV è il primo centro di compostaggio di rifiuti organici dell’Amazzonia legale, un progetto che trasforma gli scarti organici in compost destinato all’agricoltura familiare, con effetti ambientali e sociali concreti. Tra i lavoratori ci sono migranti venezuelani, abitanti locali, comunità indigene. Per queste ultime, il lavoro legato alla terra rappresenta anche una continuità con pratiche tradizionali, una forma di appartenenza che attraversa il presente.
All’uscita del CETRO-BV, la terra ha un odore intenso.
“Scura, fertile. Ancora capace di restituire.”


